Siamo una rete di attiviste e di associazioni lesbiche (e non solo) e abbiamo deciso di lavorare insieme su un tema che ci sta molto a cuore: la violenza contro i nostri corpi, le nostre vite, la nostra autodeterminazione.

Due volte violenza di genere

Questa violenza è doppiamente violenza di genere. Da un lato infatti viene esercitata contro il nostro orientamento, identità o espressione di genere (il lesbismo può essere tutte queste cose), e da questo punto di vista ha degli aspetti in comune con l’omofobia, la bifobia, la transfobia; dall’altro lato è una forma specifica della violenza maschile contro le donne (o le persone socializzate come donne).

Questa violenza ha un nome preciso (anche se in poch3 ancora lo usano): si chiama Lesbofobia!

Le parole della lesbofobia

Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme ci siamo chieste: da dove partiamo? Beh, non potevamo che partire dall’inizio, ossia proprio dalla lesbofobia. Abbiamo dedicato il nostro primo incontro di autoformazione, che si è svolto online nel dicembre 2020, a rispondere collettivamente alla domanda: “Cos’è per noi la lesbofobia?” 

In un primo momento abbiamo raccolto in una wordcloud le parole che ognuna di noi associa alla lesbofobia, ed ecco il risultato:

Le violenze che abbiamo vissuto

Poi abbiamo esplorato i vissuti condensati nelle parole che avevamo scelto, focalizzando situazioni ed esperienze in cui abbiamo subito e subiamo lesbofobia. Abbiamo iniziato questo intenso momento di condivisione ricordando Mariasilvia Spolato, a cui la lesbofobia ha cancellato un’intera esistenza. Qui una accurata ricostruzione della sua storia curata dalla storica e attivista lesbica Elena Biagini. 

Noi lesbiche spaventiamo – ha esordito una delle partecipanti – perché scompaginiamo il binarismo di genere, ed è anche per questo che subiamo tanta violenza. Fin da piccole, ci viene detto che le cose che ci piacciono “non sono cose da donna” generando in noi un senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative sociali. È una forma di lesbofobia molto pervasiva vivere in un mondo in cui non è prevista la possibilità della nostra esistenza, del nostro modo di essere, di vivere e di esprimerci, e in cui abbiamo il “dovere” di raccontarci e spiegare chi siamo per ridurre l’ostilità delle persone a noi vicine. In famiglia e in molti altri contesti della vita quotidiana abbiamo spesso vissuto l’invisibilizzazione e la rimozione del nostro lesbismo, scontando un senso di isolamento.

Molte di noi che sono butch con un’espressione di genere non corrispondente al modello socialmente accettato di femminilità hanno raccontato di commenti seriali come “Ma sei un maschio o una femmina?” oppure “Sembri un uomo”, quando non vere e proprie aggressioni. Specularmente, chi tra noi ha un’espressione ritenuta femminile ha riportato di essersi sentita spesso dire “Non si vede che sei lesbica”, “Non si direbbe”, “Sembri etero”, come se fosse un complimento. O ancora “che spreco”, come se non essere potenzialmente a disposizione degli uomini, e dell’imperativo della riproduzione, rendesse “sprecata” la nostra sessualità. In generale abbiamo condiviso di aver spesso esperito una presunzione di eterosessualità, in cui abbiamo riconosciuto la pressione della eterosessualità obbligatoria. Una delle attiviste ha condiviso la discriminazione subita come lesbica madre, come se la maternità fosse incompatibile con il lesbismo. 

Molto spesso ci siamo sentite sessualizzate da uomini etero che interpretano una coppia lesbica in funzione del desiderio maschile (daltronde è uno degli immaginari della peggiore pornografia mainstream eterosessista) e paradossalmente questo accade anche da parte di uomini gay in contesti queer dove si pensa che la fluidità debba corrispondere a disponibilità sessuale. Sui social ci siamo spesso imbattute in espressioni chiare della cultura dello stupro, dal “sei lesbica perché non hai ancora incontrato il vero maschio” a vere e proprie minacce di stupri correttivi. 

Quando è una lesbica trans a subire lesbofobia spesso si sente dire “Hai fatto tanta fatica a non essere più un uomo e poi ti piacciono le donne”, argomentazione che esprime, ancora una volta, l’eteronormatività come lente di interpretazione della relazione tra identità di genere e desiderio. 

Paradossalmente accade che nei nostri stessi contesti circoli l’idea del “non ho scelto di essere lesbica, sono nata così” come se la presunta “naturalità” fosse una giustificazione rispetto a qualcosa che implicitamente viene interpretato come una colpa. 

C’è poi chi tra noi ha subito aggressioni verbali molto violente non solo da sconosciuti in luoghi pubblici, ma nel contesto familiare più prossimo. O chi, lavorando in ambito psicologico, ha dovuto assistere ad assurde “spiegazioni” del lesbismo come esito di un trauma o a storie di pazienti “guarite” dal lesbismo, in una dinamica di patologizzazione del lesbismo.

Lesbofobia strutturale

Dalle microviolenze quotidiane agli episodi più estremi, è emerso che la lesbofobia è pervasiva nelle nostre vite e ha, come tutte le forme di violenza di genere, una dimensione strutturale, che attraversa tutti gli ambiti, dalla famiglia al lavoro, dalla scuola allo sport, fino ai nostri stessi contesti di socialità ed attivismo: aspettative patriarcali, eterosessualità obbligatoria,  invisibilizzazione, sessualizzazione, patologizzazione, aggressioni verbali e fisiche, stupri correttivi, lesbofobia interiorizzata. Non si tratta di casi eccezionali e singolari, ma di aspetti fondanti della società patriarcale in cui viviamo. La continua esposizione alla lesbofobia, abbiamo concluso, ha una ricaduta di frustrazione, inadeguatezza, isolamento. Ribaltare questi vissuti è il motivo per cui abbiamo intrapreso questo percorso collettivo, con il desiderio di incanalare la nostra rabbia nella lotta politica. 

Tre definizioni di lesbofobia

Abbiamo chiuso il nostro incontro leggendo tre definizioni di lesbofobia che abbiamo trovato online.

Dalla Treccani: “Avversione e intolleranza nei confronti dell’omosessualità femminile. La parola lesbofobia è stata coniata nel 1973 dallo psicologo George Weinberg.”

Dal Portale di informazione antidiscriminazioni lgbt: “Insieme di credenze, emozioni e atteggiamenti negativi nei confronti del lesbismo o delle donne lesbiche, costruito a partire da stereotipi e pregiudizi eterosessisti, che può manifestarsi in comportamenti discriminatori in diverse forme: da una generale chiusura a forme più aggressive e violente, verbali e/o fisiche e/o psicologiche. Anche in questo caso […] sarebbe più appropriato parlare di lesbonegatività o pregiudizio anti-lesbico.”

Da Wikipedia: “La lesbofobia è la paura e l’odio nei confronti del lesbismo; essa comprende varie forme di negatività verso le lesbiche come individui, come coppie o come gruppo sociale. Sulla base delle categorie di sesso o genere biologico, orientamento sessuale, espressione e identità di genere, questa negatività comprende il pregiudizio, la discriminazione e gli abusi, oltre che atteggiamenti e sentimenti che vanno dal disprezzo all’ostilità. Come tale la lesbofobia è una forma di sessismo contro le donne che s’interseca con l’omofobia e viceversa”.

Ci rappresentano? Qual è la nostra definizione di lesbofobia? Abbiamo concluso con queste domande, e guardando insieme le immagini del progetto fotografico “Lesbica non è un insulto”.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *